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2016: the killing machine?

2016-1Il 2016 è stato un anno molto strano, a tratti funesto, non solo per il mondo della musica ma in generale. Donald Trump, la guerra in Siria, il terrorismo, gli scandali politici, la sopravvivenza dei migranti. Non che queste cose non esistessero anche prima, è bene ricordarlo. Sicuramente però, gli attentati terroristici ci mettono forzatamente in contatto con la morte che ormai può arrivare ovunque: in un ristorante, durante un concerto, mentre fai shopping ai mercatini di Natale. Il terrorismo ricorda costantamente all’Occidente che la morte esiste e non è mai stata così vicina, mai come quest’anno.

E come stiamo reagendo?  Abbiamo l’isterismo anti-immigrato e diete salutari che promettono la vita eterna, fabbrichiamo notizie false con lo scopo di trovare una spiegazione per quello che accade nel mondo. E la musica? come si sta comportando la musica? In Italia stiamo assistendo ad uno strano fenomeno indie dove si può dire tutto e il contrario di tutto perché tanto tutto è uguale (Calcutta), retro-nostalgie (TheGiornalisti), follia costruita ad hoc per hipster democristiani (Pop_X). Niente di buono per provare a riflettere. Per fortuna è apparso Francesco Motta con il suo La Fine dei Vent’anni a svicescerare i sentimenti dei neo-trentenni; Cosmo, pur divertendosi, cerca di dire qualcosa con L’Ultima Festa, gli Zen Circus, attenti e caustici come sempre, riescono a non restare indifferenti con La Terza Guerra Mondiale. (Menzione speciale anche per lo Split Ep dei Verdena + IOSONOUNCANE, fossero tutte così le coverband.)

Uscendo un attimo dal nostro perimetro, la faccenda si complica ulteriormente tra veterani e nuove leve. Impossibile non pensare a David Bowie con Blackstar, album mausoleo fatto edificare prima dell’ultima ora. James Blake mette a nudo i suoi demoni con il densissimo The Colour in Anything. Anche i Radiohead, solitamente così attenti al politico, hanno preferito l’intimismo alle accuse, e viste le recenti notizie sulla ex-moglie di Yorke è chiaro il perché, A Moon Shaped Pool è un album arreso e malinconico. Ma c’è qualcuno che prova a prenderla con ironia, quei ragazzacci dei Fat White Family con il loro Songs for our Mothers dimostrano di non avere paura di niente. Altri invece non ci provano proprio ad esorcizzare il male, i Suuns spiattellano le loro ossessioni e le trasformano in musica con lo sperimentale Hold/Still. Più viscerali i The Veils che con l’album Total Depravity, mettono in scena tutta la decadenza del mondo. Anche le ragazze si sono date da fare: la schiettezza rock di Angel Olsen con il suo My Woman, il pop intelligente e sperimentale di Jain con Zanaka (si, ragazz*, ogni tanto anch’io ascolto cose allegre), album dell’anno nel suo genere, altro che quell’operazione di marketing camuffata da musica che è Beyoncé. Ma colui che più di tutti ha visto la morte in faccia è Nick Cave: David Bowie è andato, le sue sofferenze sono finite, sono quelli che restano a viversi il loro personalissimo inferno quotidiano. Nick Cave ha perso un figlio in un incidente. Che cosa si può fare in questi casi? Niente, assolutamente niente. Ma se sei Nick Cave puoi fare della musica, trasformare il dolore in note, non per esorcizzare la morte ma per mitigare il dolore, mettersi a nudo definitivamente. Lo Skeleton Tree è lo stesso Nick Cave, più vivo e sincero che mpackshot1-768x768ai, ferito ma presente. Disco dalla lucidità pazzesca, quella che sovviene dopo le lacrime.

Segnaliamo anche la colonna sonora di Stranger Thingstelefilm dal retrogusto anni ’80, panacea per trentenni dispersi in questo Jumanji che è il mondo. La soundtrack è un gioiellino di elettronica oscura, capace di vivere di vita propria al di là delle immagini, esattamente con fu per la colonna sonora di Twin Peaks.

Ma non di sola musica vive l’uomo: un libro che vi consigliamo caldamente se volete capirne un pò di più di musica passata e presente è I am not with the band di Sylvia Patterson, giornalista musicale scozzese in giro dagli anni ’80 che ha praticamente intervistato chiunque ma soprattutto ha preso in giro chiunque da vera punk.

Chiudiamo il cerbest-of-2016-librichio con Gli Anni Selvaggi, l’ultimo albo di Dylan Dog, sceneggiatura di Barbara Baraldi, disegni di Nicola Mari. La storia è un omaggio al rock, al glam, alla new wave e Dylan questa volta è un romantico roadie per una band di amici. I disegni di Mori evocano la fisicità di Egon Schiele, la storia racconta di amore, musica e morte come nella migliore delle tradizioni rock’n’roll. Il successo diventa incubo materiale che uccide letteralmente chi svende la propria musica, la solitudine è la punizione di chi preferisce il successo all’etica personale e agli affetti. Sono topoi classici della narrazione rock ma sempre attuali, soprattutto oggi che le rockstar sono frutto di attente operazioni di marketing, proprio come spiega Sylvia Patterson di cui vi parlavo sopra:

“L’artista ha solo la propria arte da difendere, la musica, i video, i capelli, l’appartenenza a una certa scena. La celebrità è un brand e non si espone su nulla per paura di perdere lucrosi sponsor. Le interviste sono addomesticate e orchestrate da uffici stampa e gente di marketing.” (cit. tratta da Internazionale)

Per questo mi sento di dire che l’album dell’anno, che riassume lo spirito di questi tempi, è quello di Nick Cave: non c’è trucco, non c’è inganno in quel disco. Nick Cave ci disarma. Un albero nudo è un albero nudo. Nick Cave, sconfitto, è il grande vincitore del 2016.

> > ecco a voi la playlist con una selezione di brani.

 

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